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Pietro Antonio Manca

di Giorgio Pellegrini

da La Nuova Sardegna, 11 marzo 1987

 

Al guardarci dalla copertina del catalogo è il volto di un visionario. Nell'occhio dilatato si legge l'esaltazione ostinata di questo scontroso torcimanno del Simbolismo nella "dura terra sarda". Ed è il guizzo di una follia segreta quello che brucia freddo nello sguardo del pittore sorsense.

Ingollata forse alla mitica polla della Billellara, irrisa dal perbenismo tartufo di provincia, è questa febbre cerebrale tuttavia ad accendere di colore interiore la "pittura immaginativa" di Pietro Antonio Manca. A distinguerla, nell'arengo vivace dell'arte in Sardegna tra le due guerre, dalle stilizzazioni patinate di un modernismo tardiivo o dai primi accenni novecentisti di altri.

Complessa di nervature teoriche di lontana vocazione teofisica, generosa di indubbie valenze innovative, l'opera dell'artista di Sorso vanta peraltro come per poche altre figure di "maestri" regionali un seguito di apporti storico-critici adeguatamente nutrito. Raffaello Delogu e Corrado Maltese - per non citare che alcuni - hanno proposto più volte ipotesi di lettura e analisi anche approfondite dei modi pittorici del Manca spesso arricchite da puntuali riferimenti alle bassi concettuali della sua pratica artistica.

Snodarsi di vicende critiche illustrano in catalogo con dovizia bibliografica da Salvatore Antonio Demuro, amico, biografo e critico fedele dell'artista. Sua l'ide del percorso espositivo e la selezione delle opere in mostra a Cagliari, sino al 5 aprile (1987), nella sala delle manifestazioni culturali del Banco di Sardegna in viale Bonaria: sessantacinque pezzi tra olii pastelli e disegni esaurientemente indicativi della ricerca pittorica del sorsense. Avvitata nell'intimo di un sentire cromatico "vivificato dallo spirito", nel nome di un colore-sortilegio capace di svelare il mistero di "tutto ciò che stà dietro al mondo dei sensi".

Quel che si avverte, a percorrere l'itinerario proposto dalla mostra, è la coerenza e la forza di un'accentazione cromatica dispensata da Pietro Antoio Manca con il sacro fervore dell'"iniziato". Un uso del colore che vale, inoltre, a innestare la sua pittura entro i confini storici dell'area linguistica del post-impressionismo. Al contatto, anche rapido, con i pezzi esposti si affollano fitti, da quel territorio immenso, riferimenti e confronti. Non è però l'urlio dei Fauves - presente, ma raro - affine alle aggettivazioni cromatiche di Manca, quanto i toni silenziati di certe luminose macerazioni di colori, tipiche di alcuni accoliti di Pont Aven o degli ossessivi stilemi di Gustave Moreau.

Impressionisti, in particolare, le non poche evocazioni di un Pierre Bonnard ultima maniera. I vasi di fiori brillanti di grumi colorati, le marine nebulose, popolate di corpi sfatti, illividiti di luce pesante. Affinità forse occasionali e tuttavia utili per un'onesta misurazione del respiro europeo nell'opera del sardo. Quando poi non si colgono nei suoi frammenti di "realtà smaterializzata", sorprendenti anticipazioni di storiche invenzioni formali, come il dripping, le famose colature di colore di Arshile Gorky, osannate e omologate dalla critica americana del secondo dopoguerra. O ancora brusche e disinvolte variazioni di registro nelle scelte tematiche, segnali di un rovello sperimentale mai sopito, come nel classicheggiante Centauro o nell'astratto divisionismo di Esercitazioni di colore.

Da questa quinta retrospettiva di Pietro Antonio Manca si ricava, nuovamente marcato, il profilo di un artista inventore di cifre stilistiche personalissime, oltre che evidentemente allineabili a certe coeve tendenze figurative europee. Una mostra che premia - ancora una volta postuma - lo slancio innovativo troppo a lungo incompreso di questo nostrano veggente del colore, protagonista e creditore sfortunato della cultura artistica sarda contemporanea.

 


 

Alter via D. Millelire 22 Cagliari

 

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