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Ritratto G. Nonnis

Giovanni Nonnis

nato a Nuoro il 22 maggio 1929 frequenta l'Istituto d'Arte a Sassari dove nel 1951 si diploma, dal 1968 insegna al Liceo Artistico di Cagliari, nel 1975 muore in un incidente stradale

 

Giovanni Nonnis

dal catalogo Electa 1993

a cura di Giorgio Pellegrini

 

Il bronzo e i fantasmi

Ercole e Gerione

Ercole figlio di Zeus è forza sovrumana della regola classica. Forma invincibile della norma. Campione di un'anatomia che è già sistema nel bronzo di Lisippo o nel torso mutilo del Belvedere. Eroe ipertrofico della simmetria di cento muscoli, ordinati come un'architettura perfetta, moltiplicati come mille noci premute dentro il marmo di Michelangelo e sparpagliate, poi - sulla tela - con raziocinio uguale dal bisturi attento di Picasso. Ercole è l'energia morale della misura umanistica che governa ancora, essenzialmente e assoluta come una dea invincibile, le superfici immote di Mondrian. Gerione, mostro di progenie di mostri, è violenza di natura senza regole, assimetria orribile di tre corpi mescolati insieme con le onde del mare. Bestemmia informale lontana dal sole della ragione. Capace di disordine straordinario Gerione muove selvaggio, oltre i confini dell'immaginario classico, universi interi di colori e di forme. Kandinskij, i totem Tlingit, Munch, le maschere Malanggan, le terre dei Navajos e della Sardegna nuragica, l'oro degli Sciti. Ercole, alla sua decima fatica, uccise Gerione. Da allora la Civiltà ha assassinato la Barbarie per una pioggia di secoli, ma alla fine Gerione è riuscito a fuggire dal settimo cerchio dell'Inferno.

Barbagia

Giovanni Nonnis nasce e vive nella città di Nuoro, città sospesa, aggrappata in alto al granito poderoso dell'Ortobene, a scrutare le dolomiti lunari di Oliena. Lontani gli ordinati orizzonti marini: Barbagia è caos di rocce e di cielo avvinghiati in una lotta senza tempo dove è la materia a vincere, da sempre gelosa divoratrice di spazio indifeso dalle convenzioni dell'uomo. Nel paesaggio barbaricino non esiste norma, geometria razionale che si imponga alle cose della natura. L'uomo è superfluo, la storia assente. Il respiro del luogo sussurra di immensità e inumanità ignare di qualsiasi regola. E quell'oro che investe l'intera superficie delle tele, nelle Crocifissioni di un Nonnis ancora giovane, è uguale negazione dello spazio nella materia. Che questa poi sia preziosa citazione medievale è solo conferma di un assalto alla prospettiva, ingenuo ma appassionato, che cerca comunque alleati più antichi del Rinascimento e dei suoi sistemi. É insofferenza di misure umane connaturale alle giogaie di Barbagia e ancora a robuste tradizioni estetiche di una Sardegna da sempre sorda ai messaggi, antichi e recenti della classicità. I segni di questa rivolta anticlassica scoperta già vivevano in molti Scorci di paese dei primi anni cinquanta, dove le case accavallate e deformi come i massi del Supramonte divoravano l'azzurro cupo del cielo e insieme la profondità del paesaggio, ansioso di una planarità ancora irrisolta. Nessuna esitazione invece nelle Crocifissioni, datate alla fine di quello stesso decennio. La tavola é piatta, la materia compatta ne ha ingoiato l'illusione inutile del vuoto e su quella superficie, memore del lusso neutro di Bisanzio, Giovanni Nonnis preme tutta la violenza d'esistere urlata dalla natura selvaggia della sua terra. In quel silenzio dorato crepitano nugoli nervosi di segni, ossessiva scrittura compendiaria che mescola insieme figure ed ambiente in un groviglio monocromo annodato in miriadi di gesti veloci. Simili, nell'ansia comune di un espressionismo riscoperto, a quelli che spappolano le tele di Tobey nei primi anni quaranta o agli altri, successivi, grafismi fitti di Twombly. Lontano dall'astrazione degli americani Nonnis non vuole negare la figura, la strazia invece, e la amalgama nella materia della sua pittura dove storia e natura si fondono in un unico grumo rappresentativo abbagliante di oro.Cristo soffre e muore in mezzo ai monti e alla gente di Barbagia, ma quella storia Giovanni Nonnis la sente ancora estranea, non sua. Figlia di quei modelli umanistici che affondano radici nelle forme millenarie dell'ordine e del reale illuminati dalla ragione: da Manzù giù fino a Giotto. Alle regole forti di Ercole l'artista di Barbagia preferisce il disordine favoloso di Gerione e una storia fatta di pietra e di sangue uscita dalle viscere stesse di quella natura dura che lo circonda. Una storia nemica delle certezze solari della forma classica e generosa invece del mistero di simboli apotropaici.

L'apprendista sciamano

Storia immobile come le montagne, quelle delle Barbagie, dove il legame profondo con solitudini smisurate avvita insieme l'uomo e i suoi animali compagni dentro il cuore di una natura grande. Magico rapporto tra essere e ambiente materia di mille tradizioni autoctone chiuse ad un "esterno" da sempre nemico incombente, forte di un'altra storia, armato di altre culture. E la linfa di quelle radici millenarie si fa matrice di sogni e simboli di cui il gesto é strumento assoluto. Il gesto dell'eseguire indifferente al risultato, scatto magico - apotropaico - che collega lo spirito dell'uomo all'energia cosmica: alla voce del vento, alla luce del sole, al miracolo della pioggia. Tutto questo Giovanni Nonnis assorbe dall'humus roccioso della sua terra e interpreta, con prudenza di neofita, nella pratica di quel gesto, già collaudato - sminuzzato - nell'ossessione corale delle Crocifissioni. Fuori da ogni regola rigida l'artista barbaricino scandisce segni veloci, graffiti rituali, avido di contatti continui con quella natura che é anche storia. E in quelle tracce sempre diverse alla fine insegue desiderio e certezza di riconoscersi, egli stesso, nell'atto del dipingere. Poetica primordiale, questa sua, che non tollera discipline razionali - classiche - e cresce invece nell'alito caldo di un impeto esistenziale romantico. Versione intima, isolata, di un"'action painting" lontana soltanto nello spazio dalla furia di Pollock, vicino al sardo nel comune abbraccio all'irrazionale "preistorico". Ma non é astratto l'espressionismo di Nonnis, intento in quei primi anni sessanta, ad abbozzare - apprendista sciamano - rapide formule antropomorfe o forme scure di quadrupedi. Cavalli e piccoli totem di Nonnis confermano ancora un'insistenza sulla figura che vuole essere segno più compiuto dello spirito del luogo, simbolo magico del vincolo che unisce la natura all'uomo, allusione caustica dell'umana ferinità, sguainata nel vessillo acuto dell'itifallo: gloria e bandiera delle genie del basso ventre schierate contro tutte le norme della materia grigia. Esperienza ed istinto guidano l'artista nuorese in queste pratiche oscure alla ricerca ansiosa di cifre primarie, essenziali, capaci di evocare quell'età remota in cui natura e materia erano un'unica entità indistinta. E il viaggio porta alla fine dentro i sentieri tortuosi dell'inconscio a sondarne gli oracoli, potenti di vigore elementare, capaci di guizzi di violenza incontrollabile, bloccati subito con l'azione veloce del pennello sulla tela. Impigliati alle soglie della realtà questi trofei atavici di Giovanni Nonnis ostentano nelle forme e nei motivi un'energia selvaggia uguale alla forza semplice dell'immaginario primitivo. La sobrietà nuda dei petroglifi prenuragici, i bestiari fuligginosi di Altamira, le pitture rupestri degli aborigeni australiani, gli dei crudeli dell'Oceania: le figure dipinte dell'artista nuorese gravitano insieme a tutto questo in un'orbita grande che ha le stesse coordinate del "mondo intermedio" kleeiano. Anche se la lingua di Nonnis in quel decennio dei sessanta é la stessa che aveva inondato buona parte dell'arte d'Occidente nel secondo dopoguerra, gestuale, come la scrittura spontanea di Mathieu, le improvvisazioni di Hartung, il graffito osceno e infantile di Dubuffet. Per quasi dieci anni Giovanni Nonnis cattura instancabile i riflessi mutevoli dello specchio di Gerione e nella frenesia di quello sperimentare senza soste matura lenta la formula finale. Quell'essere armato che é chiave di volta della sua personale mitologia. Bardata di primigenia irrazionalità come 1 guerrieri di bronzo, muti testimoni della storia oscura della sua terra.

Il fantasma di bronzo

Unico dio dell'olimpo a posare il suo occhio grigio sull'isola, Marte é il patrono delle infinite sorti guerresche di Sardegna. Torri e bronzi dell'età dei nuraghi raccontano di lotte inutili e ostinate - allungate nei secoli - contro un nemico che arriva dal mare. Resistenza che é madre antica di conflitti ancora vivi sotto le ceneri del presente. E il marchio di quella memoria ancora pulsante é impresso nelle figure bellicose di Giovanni Nonnis, segnale di una sua intima - ennesima - rivolta contro una civiltà che ha sottomesso uomo e natura alla ferocia di una macchina produttiva governata dalle leggi fatali del consumare. Il carattere locale di questo logo di resistenzialità sembra farsi più evidente nell'opera di Nonnis già sul finire degli anni sessanta, quando, l'allusione frequente alla statuaria nuragica si fa più scoperta sino a proporsi come iconografia speciale dove prendono forma, sempre più definita, 1 fantasmi di quel passato bronzeo. All'ossessione frenetica dello sperimentalismo che aveva segnato il decennio precedente, succede - ai primi degli anni settanta - la consapevolezza, goduta, di un risultato capace finalmente di appagare. L'assillo sintetico delle forme in libertà diventa gioiosa analisi di miriadi di dettagli organizzati in barocchismi frastagliati, barbarici. I graffi veloci di una gestualità ansiosa si cristallizzano in un intrico controllato di impronte decise, prodotte dalla sicurezza di nuove tecniche. Non é più infatti la danza agitata del pennello padrona della pittura di Nonnis ma una sorta di originale procedimento di stampa che vuole impressa, su superfici preparate, la forma colorata già fissata su matrici di polistirolo. Invenzione felice che é anche omaggio ulteriore di Giovanni Nonnis a quella tradizione di planarità ben radicata nell'anima estetica di Sardegna. Ma soprattutto strumento semplice, funzionale all'entusiasmo di una fase creativa nell'opera del nuorese, confortata da un'esuberanza impressionante. Libertà e varietà consentite dalla formula maturata, unite alle garanzie di infinita moltiplicabilità incluse nella tecnica esecutiva trascinano l'artista in una delle avventure più appassionanti dell'arte in Sardegna. E la suggestione planare invigorita dal marchio delle tinte piatte chiama ancora alla memoria altre indifferenze - anticlassiche - alla tridimensionalità: l'intaglio accurato della matrice restituisce sulle superfici dipinte la flagranza della sgorbia che morde il legno delle cassapanche isolane, eredi inconsapevoli di simmetrie bizantine recitate con rudezza d'accenti vernacoli. Parentela questa che può spiegare altre affinità, ancora palmari, del grafismo marcato delle opere di Nonnis con i rudi stilemi spigolosi nelle stoffe egiziane altomedievali o - più lontano nel tempo - con quel linearismo guizzante, ai confini dell'astrazione, che si muove negli ori degli antichi popoli delle steppe oltre il Caucaso. Invigoriti da quest'aura sonora di echi remoti, mescolati alle coordinate di un antropomorfismo arcaico, si assiepano finalmente, nei quadri di Nonnis, nugoli di segnali sottratti al grande passato di Sardegna e portati a nuova vita nel caos accurato di quelle fantastiche apparizioni. Scudi, lance, spade, elmi irti di corna, corrusche armature di bronzo, e ancora archi, frecce, aste appuntite e giavellotti: la mitica panoplia nuragica plasmata da vero furore visionario si produce in miriadi di varianti, si moltiplica all'inifinito. Si intreccia con l'anatomia stilizzata dei guerrieri in un gioco sfrenato di geometrie controllate, dove il fallo agguerrito, nuovamente esibito si fa arma affilata - anch'esso - contro le ipocrisie di morale e civiltà. Creature selvatiche bloccate - singole - in pose scomposte dall'ebbreza o aggruppate in piccole orde, sussultano al ritmo pesante di danze guerriere, agili come fiere dentro il cuoio lucente di scaglie e borchie di bronzi in una saga infinita di forme ancestrali. Tatuaggio magico strappato con forza dalla pelle del tempo.

Cavalieri sciti e opliti nuragici

"... incontro all'occidente, sospinti dall'oriente, avanzavano in un cataclisma irrefrenabile, inondati dalla luce abbagliante della preistoria, straatavici, ritmi da diluvio universale, mentre davanti, agitando la lancia; sfrenava in un'iridata nuvola di polvere, un cavaliere selvaggio, un guerriero scita, con il viso voltato indietro e soltanto mezzo occhio rivolto Occidente, l'Arciere dall'occhio e mezzo". Nel miraggio di Livsic riverbera l'aurora dell'avanguardia in Russia. Il retaggio irrazionale di un Medioevo infinito scavalca l'Ottocento di Repin e guarda al massacro cubista con sufficienza di antico carnefice di forme Scite, figlio di Echidna, la donna-vipera sorella di Gerione, cavalca ben al di là di quella "barriera morale" che separa come una muraglia l'utopia classica di una misura del bello dalla barbara consapevolezza di una natura senza discipline. E nello spazio sconfinato di quell"'altra parte" guardano anche due - almeno - dei quattro occhi di bronzo dell'eroe nuragico dalle quattro braccia. Gerione sardesco, se è vero che il suo bisavolo Forcide condottiero di mostri marini, fu antichissimo re di Sardegna. Gli altri due occhi dell'oplita difforme fissano oltre il mare i segni di quel sisma della ragione che ha scosso la nuova arte d'occidente. E scoprono lo spigolo aguzzo dell'Espressionismo, prolungamento felice di quella protostoria anticlassica scolpita nell'isola antica di Sardegna. Profilo accidentato di ere lontane e sonorità moderne che Giovanni Nonnis ha saputo imprimere sulle sue moltitudini di piccoli mostri, evocati con nuovo sembiante da profondità familiari, viscere nostre. Esercito imponente da cui s'avanzano, nuovamente spavaldi, gli eroi dai quattro occhi e altrettante braccia armate, figli di quel Gerione intatto, in Sardegna, dalla furia di Ercole.

 Galleria

 

1955, olio


G. NOnnis, tempera su fondo oro

1959, tempera su fondo oro


G. Nonnis, tempera su fondo oro

1960, tempera su fondo oro


G. Nonnis, tempera

1962, tempera


G. Nonnis, tempera

1964, tempera


G. Nonnis, acquerello

1965, acquerello


G. Nonnis, tempera-polistirolo

1969, tempera-polistirolo


G. Nonnis, tempera-polistirolo

1970, tempera-polistirolo su fondo oro

 

 


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